Immigrati e cittadinanza europea
Pensando al futuro dell’ Europa non bisognerebbe dimenticare, per la sua attualità, da dove è nata la cittadinanza dell’Unione, poi istituita con il Trattato di Maastricht nel 1993. Siamo nei primi anni della esperienza comunitaria, gli anni ’50: un periodo di povertà e disoccupazione, nel quale masse di lavoratori soprattutto italiani lasciavano il loro paese per cercare lavoro in Belgio, in Francia e in Germania. Contro la tentazione dei paesi riceventi di chiudere le frontiere a questi lavoratori impedendo loro di spostarsi per trovare una occupazione, la Comunità europea stabilì un primo principio fondamentale: quello del diritto alla libera circolazione delle persone nel mercato unico europeo. Quello che accadeva quando questi lavoratori italiani emigravano, inoltre, era che essi venivano sottoposti a standard di lavoro e a un trattamento economico inferiori a quelli garantiti ai lavoratori dei paesi di emigrazione. Su richiesta italiana, la Comunità stabilì allora un secondo principio: il principio di non discriminazione.
Come è possibile che oggi, ai circa 20 milioni di immigrati extracomunitari che da tempo risiedono legalmente nel territorio della Unione, che lavorano e contribuiscono al benessere delle comunità e dell’Europa nel suo complesso, questi principi non si applichino? Come è possibile che ci siano milioni di persone che vivono in tutto e per tutto come cittadini della Unione ma non sono riconosciuti come tali? Che sostengono con le loro tasse i servizi e le attività degli stati e delle città ma non possono votare per il sindaco né concorrere alla formazione della volontà politica della Unione, dalla quale, tanto per fare un esempio, provengono il 75% delle norme sul lavoro, l’80% di quelle sull’ambiente e il 90% di quelle sul consumo? Che abbiano una libertà di movimento nulla o ridotta? Che non abbiano diritti pari ai loro doveri e non abbiano poteri pari alle loro responsabilità?
Dato che le norme sulla cittadinanza nazionale, da cui a tutt’oggi dipende la concessione della cittadinanza europea, variano da paese a paese, deve essere l’Europa a prendersi carico di questo atto di riconoscimento e coinvolgimento. Nel 2003, il Comitato economico e sociale della Unione europea aveva proposto che ai cittadini di paesi terzi, residenti legalmente da almeno cinque anni nel territorio della Unione, venisse attribuita la cittadinanza europea senza che essa fosse condizionata dalla varietà delle leggi sulla concessione della cittadinanza nazionale. Questa proposta fu allora ignorata. Ma per quanto tempo essa potrà essere ignorata ancora? L’Europa dei cittadini dovrebbe fare urgentemente un passo in questa direzione.
Mi dispiace ma credo che questo deve ancora rimanere un problema nazionale non perché gli extracomunitari non abbiano il diritto di avere questo riconoscimento ma perché prima, a mio avviso, bisognerebbe risolvere problemi più impellenti, cioé :
-integrazione di altri migranti europei (in altri tempi c'era la preferenza comunitaria).
- smantellamento delle filiere clandestine di immigrazione, veri e propi traffici di schiavi moderni
- lotta e smantellamente delle filiere clandestine di sfruttamento delle persone
(donne, bambini)
Non sono un'esperta in materia, ma penso che se esistesse una vera cultura dell'accoglienza non sarebbe necessario per queste persone ricorrere alle reti clandestine per scappare da paesi arretrati e spesso senza diritto.
Condivido il pensiero del dott. Moro e ne farei una proposta affinchè l'Unione abbia una posizione su questo tema e che aiuti i Paesi di confine a sostenerla, anche economicamente.
Non conosco esattamente le legislazioni già in vigore nei vari paesi europei ma mi sembra che in molti Stati è già possibile per questi cittadini ottenere la cittadinanza del paese di accoglienza sotto certe condizioni.
Basterebbe quindi mettere sul tavolo la legislazione vigente nei vari paesi e dare una regola comune all'Unione che sia il riflesso della legislazione più avanzata.
Quindi nessun problema, per me, per quanto riguarda questo punto della cittadinanza.
Io ritengo tuttavia che sarebbe molto meglio che l'Union, tramite i patti già in vigore con i paesi extra-europei, dia più mezzi per fare in modo che :
- i paesi di provenienza mettano alla disposizione dei loro cittadini liste di lavoro disponibile in Eu (credo che già si è fatto qualcosa su questo punto)
- si faciliti,quindi, l'ottenzione quando il lavoro c'è, in modo che coloro che vogliono partire lo facciano con" mezzi legali e normali"
-facciano vedere video (non edulcorati, video veri) di come avvengono i passaggi clandestini (morte, fame, sfruttamento, violenze, rischio di avvio verso la criminalità una volta in UE, prostituzione...e via di seguito) : video shock anche nelle scuole per sensibilizzare coloro che pensano che venendo qui avranno un avvenire migliore (migliore ? e a quali condizioni ?)
- dia aiuti finanziari e tecnici a coloro che volessero migrare finanziando progetti da attuare nel proprio paese
Ecc, Ecc...
Io temo che dare la cittadinanza Ue incondizionatamente favorisca ancora di più queste filiere criminali e che un giorno i nostri paesi siano sempre più xenofobi invece di essere paesi di accoglienza.
I problemi politici ed economici del terzo mondo non si risolvono con l'accordare la nazionalità indiscriminatamente ma con politiche più forti e più coerenti verso i paesi in via di sviluppo , politiche dirette verso i cittadini e non verso gli Stati (che non distribuiscono, del resto, come si sa fin troppo bene).
Quindi, per me, cittadinanza come detto qui sopra, e soprattutto : azione presso i paesi di origine = miglior modo di aiutarli.
Le politiche tendenti a contrastare i fenomeni che determinano il traffico di clandestini e a favorire la regolarizzare dei cittadini immigrati, devono essere necessariamente affiancate ad altre iniziative, come adeguate politiche abitative, per garantire l'integrazione, l'inserimento sociale ed una vita dignitosa ai nuovi cittadini. Gli immigrati rappresentano ancora oggi una parte di popolazione toccata in misura considerevole dal fenomeno dell’esclusione e del disagio abitativo: immigrati non poveri sono male alloggiati e quelli poveri sono spesso senza dimora, costretti a vivere in baraccopoli o in ripari di fortuna, in aree rurali o alle estreme periferie metropolitane. Il vuoto di iniziative specifiche da parte delle politiche sociali, abitative e dell’urbanistica contribuisce a creare condizioni di estrema gravità come l’apartheid dei campi nomadi e condizioni di degrado ed esclusione sociale in molti quartieri urbani. Le condizioni di marginalità sociale ed economica rendono difficile ogni processo di integrazione sociale e inevitabilmente creano situazioni di pericolo per la salute e la sicurezza dei residenti .
Concordo con la proposta del Dr. Giovanni Moro. Mi spiego.
Io credo che i progetti, sia pure fatti con le migliori intenzioni, di aiutare gli stranieri nei loro paesi siano soltanto puri esercizi di retorica e che la migrazione sia un problema globale ed irreversibile. L’Europa è e sarà sempre più sotto la pressione di paesi in cui letteralmente si muore di fame e di sete, dove ci sono guerre infinite di cui non si intravvede la fine e per le quali la maggiore responsabilità è proprio del ricco e vecchio continente. Mi riferisco alla colonizzazione e soprattutto alla decolonizzazione. Vi sono luoghi dove la gente inerme che viene uccisa, dove le case cadono sbriciolate seppellendo tutto quello che c’è dentro, dove le carneficine non fanno neanche più notizia ed alle quali ci stiamo assuefacendo. Con una marea infinita di affamati, di assetati, di ammalati, di storpiati, di ignoranti, di derubati dei beni che la natura aveva messo a loro disposizione e che i colonizzatori hanno depredato, noi come rispondiamo? Con degli SMS per dare qualche euro per progetti che, pur lodevolissimi, non potranno mai risolvere gli immensi problemi che ci sono in tanta parte del globo? Con degli “accordi bilaterali” per impedire che i disperati fuggano dal loro paese verso un luogo migliore nella speranza di sopravvivere? Come fronteggeremo milioni di persone che si ribelleranno prima o poi? Chiudendo le frontiere e le spiagge? Militarizzando le coste? Noi dovremmo avere quanto meno la decenza di riconoscere che siamo stati fortunati ad essere nati nella parte “giusta” del mondo e ringraziare la nostra buona stella o comunque vogliamo chiamarla. La crisi planetaria, generata nei paesi ricchi con le speculazioni fondate sul nulla, eufemisticamente dette “bolle finanziarie”, a chi crediamo peserà di più?
Certo, anche noi dobbiamo fare “sacrifici”, come rinunciare a rinnovare il guardaroba od a cambiare la macchina, ma cosa è questo al confronto di milioni di persone che non avranno neanche i semi per coltivare qualcosa da mangiare? Abbiamo idea dei bambini coperti di mosche? Delle mamme che danno al bimbo da succhiare un seno strizzato ed avvizzito? Non possiamo dire che non sappiamo nulla di queste realtà.
E’ vero che anche nel nostro mondo c’è il terzo mondo, c’è chi non ce la fa ad andare avanti, chi perde il posto di lavoro, chi deve pregare che i genitori campino tanto per essere aiutati dalle loro pensioni, chi non riesce a pagare il mutuo, chi rinuncia ad avere figli perché non sa se potrà allevarli in modo quantomeno decoroso, e tanti altri drammi che sono sotto gli occhi di tutti. Ma se tutto questo lo confrontassimo a quello che succede nel quarto, quinto mondo?!?!
Credo che la vecchia Europa abbia il diritto di difendere le posizioni conquistate nel corso dei secoli ma deve farlo in modo flessibile, adeguando le normative dell’accoglienza alle necessità di oggi, tenendo presente che, anche “obtorto collo”, dovrà comunque fare i conti con il nuovo assetto che sul pianeta si sta prefigurando.
Noi cittadini italiani dovremmo essere molto tolleranti verso questi disperati che non avendo altra possibilità di migliorare le loro misere esistenze cercano un futuro presso di noi. Dovremmo ricordarci cosa hanno patito i nostri avi che migravano verso altri continenti. Non possiamo continuare a nascondere la testa sotto la sabbia facendo finta di non vedere che di queste persone abbiamo bisogno per i molteplici lavori che noi non vogliamo o non abbiamo più la forza di svolgere.
non sono d' accordo che venga concessa la cittadinanza europea se prima non è stata acquisita la cittadinanza della nazione dove il cittadino risiede, lavora e paga le tasse, dove viene identificato come persona onesta e utile alla società e dunque degna di acquisire la cittadinanza. In caso contrario tutte quelle persone che si spostano con velocità da una nazione all'altra, svolgendo dei non ben precisati lavori per cinque anni acquisirebbero una cittadinanza europea. Occorre piuttosto snellire la burocrazia delle diverse nazioni per accedere a tali diritti, (una persona di mia conoscenza ha acquisito la cittadinanza italiana alla nascita del quarto figlio, quando il primo aveva già otto anni) oggi la situazione è cambiata ma resta ancora molta strada da fare.