UNIONE EUROPEA CONTRO INDEBITAMENTO DEL TERZO MONDO
Sebbene le ricchezze mondiali si siano moltiplicate per otto volte dal 1960, dobbiamo purtroppo rilevare che ancora oggi un essere umano su due vive con meno di un dollaro al giorno, uno su 5 non ha accesso all'acqua potabile, uno su 6 è analfabeta ed 1 bambino su 3 soffre di malnutrizione.
Ai dati allarmanti che ci vengono trasmessi sulla situazione del debito e della povertà dei paesi del terzo mondo, rispondono il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo e l'Unicef i quali hanno calcolato, ad esempio, che una spesa annuale di 8O miliardi di dollari su un periodo di 10 anni, potrebbe garantire ad ogni essere umano l'accesso all'educazione di base, alle cure mediche di base, ad un'alimentazione adeguata, alla possibilita' di utilizzo dell'acqua potabile, alle infrastrutture sanitarie cosi' come, per le donne, l'accesso alle cure ginecologiche e d'ostetricia.
8O miliardi di dollari, vale a dire quasi quattro volte meno di quanto il terzo mondo rimborsi per il suo debito esterno; un quarto del bilancio militare degli USA, il l8% delle spese pubblicitarie mondiali, il 9% di quelle militari, la metà dei beni detenuti dalle quattro persone piu' ricche del mondo.
Sono dati che devono farci riflettere.
E' impossibile aspettarsi che le logiche del mercato possano soddisfare i bisogni essenziali di milioni di persone.
Soltanto le politiche pubbliche possono garantire a tutti la garanzia dei diritti fondamentali.
Per far cio' è pero' necessario rompere con le logiche che portano al ciclo dell'indebitamento.
Dal 1982 si calcola che i Paesi in via di sviluppo abbiano rimborsato ai creditori dei Paesi del nord l'equivalente di una dozzina di piani Marshall.
Nel 1999, i rimborsi , secondo i dati della Banca mondiale del 2000, sono stati di 300 miliardi di dollari, vale a dire l'equivalebnte di ben 4 piani Marshall.
Se l'Unione Europea si impegnasse a promuovere una strategia all'interno delle istituzioni finaziarie internazionali per assicurare lo sgravio o la cancellazione del debito dei paesi poveri,
i paesi beneficiari dal canto loro, dovrebbero impegnarsi a istituire forme di buon governo e convogliare le economie derivanti dalla riduzione del debito al raggiungimento di standard di sviluppo equo e sostenibile per le loro popolazioni.
Si parla sempre molto del terzo mondo, del suo debito, delle politiche di questo o quel paese, di questa o quella organizzazione per venire in aiuto o su quello che si dovrebbe fare per aiutare questi popoli, ma che cosa si fa concretamente ?
Io credo nulla o quasi, il mettere avanti progetti o sentimenti diversi servendo solo a darci buona coscienza.
Eppure basterebbero poche cose per aiutare veramente queste popolazioni ed evitare il ripetersi di episodi barbarici di altri tempi.
Basterebbe non dare più soldi ai governi di questi paesi poiché sappiamo tutti che quei soldi non andranno mai ai popoli.
Basterebbe fare una lotta efficace contro il traffico d'armi e vietare la vendita d'armi a questi paesi : ben altri sono i loro bisogni che non quello di spendere i pochi soldi disponibili ad uccidersi a vicenda.
Basterebbe dare aiuti concreti direttamente alla gente, formandola alle tecniche della vita quotidiana, partendo dalle più umili (coltivare la terra con mezzi abbordabili, forare un pozzo, tenere un orto, cucinare i prodotti) alle più complesse (formazione di manuali, artigiani, tecnici) e vegliare alla loro corretta applicazione esigendo risultati entro un certo periodo.
Lo sgravio o la cancellazione del debito, senza almeno le misure precedenti, saranno ancora un esempio di quello che non si deve fare per aiutare veramenti i popoli (solo i governi ci guadagneranno e potranno di nuovo ricominciare).
Mi dispiace dirlo, ma senza un cambiamento drastico e un ripensamento totale dell'aiuto al Terzo Mondo (e all'Africa in particolare) non riusceremo mai ad aiutare la gente a costruirsi un futuro sulla propria terra ma li constringeremo ancora ed ancora a fuggire per rincorrere un sogno di libertà e di vita migliore (che purtroppo migliore non è oggi per loro nei nostri paesi).